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Pensando allo screening dopo il coronavirus

L'emergenza da Covid-19 sta ridefinendo temporaneamente i programmi di screening, mettendone in luce una serie di aspetti di tipo organizzativo e strutturale con cui ci si dovrà confrontare quando i programmi dovranno ripartire a pieno regime.
Il commento di Paola Mantellini, Ispro - Centro di riferimento regionale per la prevenzione oncologica della Regione Toscana, apre la riflessione su cosa gli screening oncologici potranno e dovranno essere al termine dell’emergenza.
Questo si propone come uno spazio di confronto in aggiornamento mediato della redazione del sito dell’Osservatorio nazionale screening. Per partecipare alla conversazione potete mandare il vostro contributo all’indirizzo segreteriaons@ispro.toscana.it.

I commenti:

Pensando allo screening dopo il coronavirus
Di Paola Mantellini, Ispro - Centro di riferimento regionale per la prevenzione oncologica della Regione Toscana
25 marzo 2020

Indipendentemente dall’analisi su pro e contro dello screening oncologico ai tempi del Coronavirus con cui, spero, gli epidemiologi potranno illuminarci e confortarci è, a mio avviso, necessario cominciare a fare il punto della situazione.  

È innegabile che l’emergenza Covid-19 ci ha trovati forse non del tutto impreparati, ma spiazzati certamente. Ci si è trovati a dover garantire questo livello essenziale di assistenza nel rispetto delle ordinanze ministeriali e regionali che si sono, per forza di cose, susseguite a ritmo frenetico. E il quadro che ne è emerso non è stato certo dei più confortanti: la maggior parte dei servizi che rendono possibile l’erogazione del programma non erano strutturalmente e funzionalmente in grado di garantire le distanze richieste (punti prelievo e sale di attesa sovra-affollate per la concomitanza di attività di screening e di attività ambulatoriali di vario genere), i dispositivi di protezione individuale razionati e, in alcuni casi, erano del tutto assenti (nel caso dei tecnici sanitari di radiologia si è, ad esempio, posto il problema della dotazione di occhiali protettivi), richieste sempre più pressanti di riconversione del personale in servizi di supporto al Coronavirus e poi, ancora, colleghi che hanno cominciato ad ammalarsi. A prescindere dalla volontà del programma organizzato, sono spesso “saltati” alcuni anelli della catena. In molte realtà il ruolo del volontariato che ha spesso vicariato l’assenza di personale da dedicare allo screening, considerato spesso sacrificabile rispetto ad altre esigenze, è venuto immediatamente meno. Ma non solo, hanno cominciato a perdersi servizi che si pensavano essenziali perché assicurati da “fornitori robusti” al punto tale che in questi giorni ci si trova a non saper come fare a gestire la consegna delle risposte inviate per posta. Questi ovviamente sono solo esempi, ciascuno potrebbe arricchire l’elenco con molti altri.

E qui ritorno sull’impreparazione che, in molte realtà, è stata mitigata dalla capacità di trovare e adottare soluzioni che si era cercato, spesso invano, di acquisire quando l’emergenza non c’era ancora. Improvvisamente e sorprendentemente questa situazione ci ha dimostrato che, in tutti i settori, certe cose si possono fare, basta volerlo. Nella mia realtà, ad esempio, in cui si era stati titubanti nell’invio degli SMS all’utenza per questioni di privacy, il dubbio si è sciolto come neve al sole ed è stato possibile raggiungere l’utenza già invitata con un messaggio in cui sono state date le indicazioni per contattarci e riprendere l’appuntamento. Si è valutato prioritario mantenere un filo diretto con i beneficiari del nostro intervento. Ci voleva una epidemia per capirlo?

A prescindere da quello che si sta facendo adesso, trovo utile e prioritario affrontare la questione “come ricominciare”. Una recente pubblicazione degli epidemiologi dell’Imperial College afferma che nei prossimi mesi ci attende una “fase epidemica ciclica” che ci costringe, molto probabilmente, a rivedere le nostre modalità di lavoro a stretto giro. In realtà credo sia giusto domandarsi se davvero non siamo entrati in una nuova era e se dobbiamo imparare a disegnare percorsi che tengano conto che “evenienze” come quella che stiamo vivendo ora si possano ripresentare periodicamente. Sono sempre stata una convinta sostenitrice delle logiche di efficientamento del servizio sanitario e nel corso delle numerose site visit che abbiamo condotto si è cercato di dare indicazioni in questo senso. Quanto tempo ci vuole per fare una mammografia di qualità? Quanti tecnici di laboratorio sono necessari per gestire 50.000 test HPV l’anno? Queste domande apparentemente semplici rispondono a logiche di efficientamento che per loro natura sono strettamente correlate alla velocità dello screening e ai parametri di overbooking, cioè la maggiorazione del numero di inviti in base alle medie di adesione. Ma se dobbiamo imparare a ragionare secondo principi di precauzione potremmo ancora permetterci gli standard che abbiamo fissato?  Probabilmente saremo chiamati, e rapidamente, a rivedere la disposizione delle nostre strutture, l’ergonomia e i flussi di lavoro. Se vorremo garantire lo screening a tutti dovremo avere più spazi, più turni di lavoro, più personale? Non so se questa è la domanda corretta, ma credo che nell’immediato futuro ci attenda una rivoluzione che noi possiamo vivere sul piano tecnico, ma che certamente ha, dal punto di vista delle strategie di politica sanitaria, un significato niente affatto trascurabile.

Il cambiamento come norma
Di Paolo Giorgi Rossi, direttore del Servizio Interaziendale di Epidemiologia e Comunicazione del rischio della AUSL di Reggio Emilia
26 marzo 2020

Condivido il senso di quello che dice Paola. Non so se le previsioni dei colleghi dell'Imperial College sulla ciclicità della crisi epidemica si riveleranno corrette, ma se così anche fosse non credo che questo possa aver un impatto sulle sale d'attesa dello screening. Lo avrà piuttosto, per rimanere nel nostro ambito, sulle sale d’attesa quelle dei centri prelievi o sulle file per il ticket, ma ben di più dovrà averlo al difuori del servizio sanitario, sui pub, sugli autobus, sui treni dei pendolari, dove l'esposizione alla folla è ben più importante che quella per l'attesa dello screening, una volta ogni due anni, in sale mai troppo affollate (almeno rispetto a un treno di pendolari o alla metro di Roma).

Comunque, il punto è non ricominciare subito in logica emergenziale, soffermandosi su come ricominciare, partendo dal presupposto che fossero anche 4 mesi di ritardo per una mammografia, su più di 15 nell'arco della vita di una donna, questi non intaccheranno l'efficacia dello screening in modo apprezzabile.

Non so se le soluzioni migliori in futuro verranno da innovazioni tecnologiche o di organizzazione del personale e dei servizi, come suggerisce Paola. Può essere, quello che è certo è che quelle basate sulla tecnologia falliscono una dietro l'altra (con l'eccezione dell'Hpv, forse è solo questione di saper aspettare le tecnologie veramente buone) ...

Credo che si debba iniziare un processo di disintossicazione dall'offerta ossessiva che abbiamo dato negli anni scorsi. Con la scusa di non lasciare spazio all'opportunistico, abbiamo intensificato o scelto sempre, fra quelle plausibili, l'opzione più intensiva. Dobbiamo trovare una chiave comunicativa che ci permetta anche un deintensificazione dell'offerta: iniziare a 30 anni lo screening cervicale per le donne vaccinate contro l’Hpv, allungare l'intervallo da 5 a forse 10 anni sempre nelle donne vaccinate contro l’Hpv; allungare l'intervallo dopo test del sangue occulto negativo nello screening del colon-retto e magari mandare a fare una colonscopia chi ha una somma di emoglobina fecale nei due precedenti test che superi la soglia  di positività; ma anche nello screening mammografico, ripensare l'intervallo nelle fasce d’età 45-49, nelle 70-74, creare forse un po' di spazio, nell’affollata agenda delle radiologie, per le donne con seno molto denso per fare qualcosa in più dove abbiamo 3 volte tanto i cancri e 7 volte tanto i cancri intervallo; creare lo spazio nei servizi di imaging per la tac spirale del polmone...

Questo vuol dire un continuo dinamismo dei programmi, che non possono rimanere uguali a sé stessi troppo a lungo, un po' perché le conoscenze cambiano, ma anche perché le priorità e la valutazione costo-opportunità cambia, mentre non cambiano le risorse.

Questa coazione al cambiamento vuol dire però anche imparare a comunicare che tal volta le nuove conoscenze ci permettono di fare meno e non sempre di più. Purtroppo, non sempre abbiamo il coraggio di dire che non abbiamo niente di più da offrire di quel che già facciamo o addirittura che qualcosa che abbiamo fatto a lungo non era efficace e dunque non lo faremo più. Come fosse un'implicita ammissione di impotenza.

Se il cambiamento è la norma nell’avanzamento delle conoscenze e nella prassi della prevenzione, allora non dobbiamo vivere i cambiamenti come emergenza, perché l'emergenza è inefficiente, e quando nella sua bramosia di risorse da bruciare urgentemente, ci obbliga a rinunciare a offrire qualcosa agli utenti, lo fa sempre con la logica del razionamento, non di offrire solo ciò che siamo sicuri possa portare un beneficio di salute.

Grazie Paola per aver iniziato il dibattito.

 

Gli screening sono "differibili"? 
Di 
Marco Zappa, Direttore dell'Osservatorio nazionale screening
1 aprile 2020

In questi giorni complicati due frasi mi hanno colpito. La prima è il titolo di un editoriale del quotidiano francese Le Monde di alcuni giorni fa: “Il dovere dell’umiltà”. La seconda è una citazione di lord Keynes, il grande economista del secolo scorso, riportata in un articolo sul Sole 24 ore che diceva grosso modo così: “Se la situazione cambia io cambio opinione. Lei non fa lo stesso?”.

Entrambe queste citazioni si riferiscono alle scelte della politica e alla comunicazione delle stesse. Ma immagino possa riguardare anche chi come me, e altri fra i lettori del nostro sito, in questi anni non si sono limitati ad applicare nel modo migliore gli indirizzi sugli screening che provenivano dall’alto (e anche questa è una scelta politica) ma hanno tentato, nel loro piccolo, di costruire o modificare questi indirizzi.

Credo di essere stato uno degli ultimi ad arrendermi all’idea che gli screening dovessero essere sospesi. Pensavo che andassero rallentati, ma non interrotti. Paola Mantellini ha elencato con precisione le ragioni della scelta di interrompere: il favorire che la gente non si spostasse di casa, il rischio per i professionisti coinvolti, il trasferimento degli operatori di screening verso le priorità imposte dall’epidemia. Nel mio istituto ho assistito con ammirazione alla trasformazione in 5 giorni del grande laboratorio per gli screening in un laboratorio per il Covid-19.

E poi: “Ci offrite un test ogni 5 anni e vi preoccupate di proporlo con 2 mesi di ritardo?”, o anche: “il danno dovuto a due mesi di ritardo giustifica un rischio aumentato di infettarsi?”. Osservazioni giuste.

Come ONS abbiamo documentato le scelte che le singole Regioni via via hanno fatto. Un concetto predominava: sospensione dei servizi differibili. Lo screening era differibile. Non voglio fare alcuna polemica su che cosa è stato giudicato, nei fatti, non differibile. Anche perché le scelte sono state fatte nel fuoco di una situazione che cambiava nel giro di un giorno. Quello che mi disturbava però era il riemergere ricorrente della percezione dello screening come qualcosa di accessorio. Altro che Livello Essenziale di Assistenza!  E temo anche che rimettere in piedi una macchina complessa come il percorso di screening non sia banale, specie in alcune Regioni.

Secondo la maggior parte delle previsioni, il ritorno alla “normalità” non avverrà prima di un anno. Dovremo dunque attraversare una terra di mezzo che è difficile anche solo da immaginare.  Le giuste considerazioni sulla necessità di sicurezza degli operatori di Paola Mantellini si basano sulla drammaticità del momento attuale. Le osservazioni pienamente condivise di Paolo Giorgi Rossi sull’importanza di aumentare il costo efficacia dello screening valevano anche prima.

In questa fase intermedia si riproporrà la necessità di definire cosa sia differibile e cosa non lo sia.   Certamente sono auspicabili risorse maggiori alla sanità, che possano evitare di dover fare scelte difficili. 

Forse non sono stato né umile, né disposto a cambiare idea, ma continuo a temere che non sia scontato che ovunque gli screening riprenderanno come se niente fosse avvenuto.
 

Un’occasione per rafforzare le sinergie nel mammografico
Di Gianni Saguatti, Gisma
3 aprile 2020

Gli “anelli saltati” nella catena degli screening a causa della epidemia da Covid-19, descritti da Paola Mantellini, sono l’inciampo nel quale i nostri percorsi sono incorsi, i rallentamenti, i blocchi totali, gli avanzamenti a singhiozzo. Tutto ciò ha contribuito, per ognuno di noi, ad accentuare la già avvertita consapevolezza di precarietà e di incertezza, quando nel contesto generale anche il complesso meccanismo dello screening ha iniziato a stentare fino all’avaria. Paola riferisce dei molti tentativi fatti a fronte degli ostacoli incontrati, delle molte soluzioni trovate, talvolta in modi quasi obbligati, mai pensati sino al giorno prima ed improvvisamente mostratisi preziosi. Ora, tra la pesante crisi di attività che si è verificata e il desiderio e la possibilità di intravvedere soluzioni innovative, siamo ad interrogarci sul futuro degli screening: di fatto, sul piano psicologico sia individuale che collettivo, un segnale di incertezza ma al tempo stesso la auto-rassicurazione che gli screening hanno un futuro, e noi con loro...

In realtà la prima domanda da porci a mio parere è la seguente: esiste un futuro per gli screening oncologici?

Non mi pare infatti scontato (riferendomi per limitazione di competenza unicamente al mammografico) che i programmi di screening sopravvivano, o sopravvivano ovunque, alla mortifera ondata del Coronavirus. Penso a ciò da cui proveniamo: un terzo d’Italia è da sempre refrattaria (è tempo di iniziare ad utilizzare questo termine) allo sviluppo dei programmi organizzata di diagnosi precoce. C’è stata profusione ampia e prolungata negli anni di volontà, attenzione, sollecitazione, risorse economiche, impegno formativo; il Gisma e l’Ons hanno speso buona parte del proprio tempo, in tempi non solo recenti, cercando proprio di rivolgersi al Sud, con risultati assolutamente insufficienti quando non miserrimi. Ora, c’è qualcuno che possa credibilmente sostenere che in quelle stesse Regioni, dopo lo tsunami virale, si troveranno invece le energie nuove e necessarie per ripartire, riaccendendo un motore ormai spento che almeno prima marciava con la flebile continuità di un filo di carburante?  Vorrei tanto sbagliarmi, ma io non sono tra questi. Né mi pare che l’inquadramento nei Lea abbia sinora funzionato molto come meccanismo di garanzia per determinate popolazioni: perché dunque ciò dovrebbe cambiare in futuro e dopo una tale crisi?

Ma trasferendo le nostre considerazioni sull’intero piano nazionale, e detto che al di là degli sconvolgimenti determinati dal Coronavirus certamente saranno necessari cambiamenti a correzione di una attività che conta una strutturazione permanente di almeno 20-25 anni, come saranno nel futuro gli screening oncologici?

Esistono vari altri elementi che possono entrare nel novero di quelli da considerare. Intanto mi pare sia da valutare il contesto sociale, che nel tempo è completamente variato. Alla fine degli anni ’90 si tendeva più facilmente a considerare la dimensione della collettività, oggi meglio rappresentabile come “insieme di individui”: ognuno guarda a sé più facilmente come singolo piuttosto che come membro partecipe di una comunità. Non mi lancio, non ne sarei capace, in valutazioni sociologiche, ma mi pare sia molto più difficile ora fare passare la logica di un’azione mirata ma complessiva quale è lo screening, rendendo la credibilità che merita ad una attività di Sanità pubblica che accomuna e che coniuga. Ancora, temo risulti molto più arduo, in un tempo in cui la forbice delle diseguaglianze va allargandosi, raccomandare l’esercizio dell’equità. La sanità fondata su modelli assicurativi rappresenterà presto, temo, un’alternativa di fascino rispetto al Servizio sanitario nazionale. Ecco che in questo contesto fioccano le sollecitazioni alla diversificazione della offerta di screening: non c’è più congresso senologico che non contenga almeno una sessione con titoli quali “Screening: lo stesso per tutte?” o, in analogia: “Screening mammografico: non più uguale per tutte”. E “valutazione del rischio individuale” è divenuto il mantra di tutti i sollecitatori di cambiamento. Peccato che tra coloro così attivi in tal senso ci siano molti di quelli che non hanno mai lavorato neppure per mettere in piedi, nelle loro Regioni, un programma individuale per la definizione del rischio eredo –familiare e per la relativa sorveglianza diagnostica, come già in Emilia-Romagna da dieci anni è in essere. 

Parrebbe quasi che parte del mondo senologico, e non soltanto i clinici, non veda l’ora di mettere in soffitta lo screening, e certamente il dopo Coronavirus sarà occasione propizia per qualche sortita. E vogliamo chiederci come sarà considerato lo screening nei Centri di Senologia? E dai Centri di Senologia? Nella produzione documentale ufficiale ed istituzionale non c’è una sola riga che rassicuri su questo, solo affermazioni generiche e vaghe. 

Lo screening mammografico da sempre rappresenta lo sforzo di una organizzazione poderosa di sanità pubblica improntata sulla evidenza di riduzione di mortalità e sulla appropriatezza, un vero e proprio contratto fiduciario tra la organizzazione sanitaria e la popolazione.  Per questo motivo leggere di necessità di “disintossicazione dall’offerta ossessiva” o di “scusa di non lasciare spazio all’opportunistico” mi suscita perplessità sino alla incredulità. Da radiologo quale sono, ben comprendo la vana fascinazione che le tecnologie possono esercitare. Ma resterebbe errato, mi pare, fare di tutte le erbe un fascio, magari guidati da un istinto di fondo a ridurre piuttosto che ad ampliare. La tomosintesi non offre particolari vantaggi rispetto al digitale “convenzionale”, e non permette di diminuire i carcinomi di intervallo?  Bene, certamente non rappresenta un passo indietro, e noi arriviamo a parlarne di utilizzo in primo livello di screening in un contesto nel quale la diffusione “esterna” di tale tecnologia è già ampia e in costante crescita, e sottrae adesioni allo screening: ragioniamoci, parliamone, sfruttiamo la ottima iniziativa dell’ONS sulla revisione delle Linee guida europee, io non intendo che ci rendiamo complici di una diserzione dallo screening.

Penso poi che sia davvero e finalmente venuto il momento di rivedere l’intervallo nelle varie fasce di età, ma non certamente nella coazione a ridurre che impronta le Linee guida già citate. Anche in questo caso cerchiamo di capire cosa può richiedere la popolazione, soprattutto là dove lo screening ha un buon consolidato storico, e cerchiamo di capire cosa è appropriato offrire: riprogrammare lo screening significa per me dare nuova forza al patto di salute tra il Servizio sanitario e la popolazione, e questo non può avvenire con la mera compilazione di un foglio di Excel. Inoltre, cerchiamo di comprendere cosa è possibile offrire, naturalmente, in termini di disponibilità di risorseQuesta è la vera necessità… riprendo quello che mi sembra essere lo spirito di alcune affermazioni di Paola Mantellini: da anni siamo impegnati a contrarre risorse (questa sì sembra essere la reale ossessione!), a ridurre personale, tempi, a trascurare la logistica… Oggi vediamo, nostro malgrado, quali sono i costi che una sanità mutilata per decenni richiede. Non dimentichiamocene, e chiediamo attenzione, personale, formazione, spazi, attrezzature, esattamente in controtendenza rispetto ad ora: ricalcando gli antichi dibattiti sulla arte scultorea, lavoriamo “a mettere, non a togliere”.

Riaffermiamo dunque con forza il “modello screening”, mantenendone l’impianto e sottolineandone il valore; al tempo stesso mondiamolo dalle ristrettezze in cui versa, e ricorriamo alle piccole e grandi innovazioni di gestione e di tecnologia che ci risultano opportune, soprattutto dopo questa triste esperienza della pandemia. Soprattutto ridiscutiamo, in modo finalmente efficace, quale deve essere la sinergia tra Centri di Senologia e programmi di screening: sono realtà gemelle, e chi non lo intende mina alla base entrambe.  

 

Screening cervicale: una ripartenza necessariamente frammentaria
Di Basilio Passamonti, Gisci
6 aprile 2020

Alla ripartenza ordinaria degli screening, non prima di settembre c’è da presumere, ci sarà da recuperare i sei o sette mesi in cui i primi livelli sono stati sospesi. È utile partire dal presupposto che, rivolgendosi gli screening strutturalmente a una popolazione sana, tale ritardo non rappresenta una drammatizzazione dello scenario. Così come è stata condivisibile la scelta di gran parte delle Regioni, di garantire la prosecuzione degli approfondimenti.

L’impegno principale per le singole organizzazioni sarà gestire le chiamate: optare per una concentrazione del flusso di inviti o dilazionarle, spostando il round di un semestre circa in avanti?

Su questo punto, per quanto riguarda lo screening cervicale, c’è un aspetto da tenere presente. È molto probabile che le realtà già passate al test Hpv si rivelino da questo punto di vista molto meno vulnerabili di quelle in cui questo passaggio non è ancora avvenuto, e che riescano a concentrare il lavoro perso in questi sei mesi all’interno dei cinque anni di intervallo. Una scelta diversa si dovrà fare, probabilmente, per le donne fra 25 e 29 anni chiamate al Pap Test e nelle realtà in cui è ancora quest’ultimo l’esame di routine nello screening.

Se il quadro frammentario è legato non solo all’impatto dell’epidemia, ma anche alle condizioni preesistenti, allo stesso modo, a mio parere, non potrà che essere territorializzata la risposta. Per scegliere come pianificare la ripartenza ci sono dei fattori fortemente specifici per le singole realtà: la disponibilità di organizzatori in grado di gestire in maniera evoluta i sistemi informatici, la presenza di un numero adeguato di personale per l’esecuzione del Pap test e se ci sia per il secondo livello la possibilità di gestire un maggior flusso di lavoro in un tempo più ristretto attraverso ginecologi e colposcopisti.

Alchimie vanno costruite all’interno delle singole organizzazioni per vedere come creare minor danni senza stravolgere l’intero sistema.

L’Italia si è scoperta col coronavirus ancora più fragile di quanto la conoscessimo. Forse la ripartenza e le necessarie scelte che comporterà potranno essere uno stimolo per abbreviare i tempi nel passaggio al test Hpv, ma bisogna allora guardare al complesso e rendersi conto che questi ritardi spesso non dipendono dai colleghi o dal sistema organizzativo, ma da un sistema di gare così appesantito e reso complicato e complesso.

 

Condividere le risorse per ripartire
di Cinzia Campari, Giscor, Centro Screening - AUSL di Reggio Emilia
8 aprile 2020

Credo che quella sensazione di vuoto e di scoraggiamento che ho provato quando dall’oggi al domani abbiamo dovuto interrompere l’attività di screening mi accompagnerà per molto tempo. Ho sempre pensato che per arrestare un processo così sarebbero state necessarie parecchie settimane e invece mi sbagliavo: tutto dissolto in 24 ore.

L’aspetto che più mi spaventa del dopo, di come ricominciare, sono le risorse umane che ne usciranno sconvolte ed esauste; basti pensare all’attività delle radiologie, laddove il personale non è dedicato alla senologia o all’impiego delle risorse non direttamente coinvolto nell’assistenza in attività di vigilanza ai check point e di sorveglianza sanitaria. Nelle regioni maggiormente coinvolte il volto della sanità è completamente deformato.

I tempi della ripartenza sono all’oggi difficili da immaginare. Al possibile ritardo accumulato per l’emergenza si sommerà il periodo estivo ad attività inevitabilmente ridotta.

Quindi alla ripartenza avremo certamente accumulato alcuni mesi di ritardo. Probabilmente, in un’ottica complessiva, questi “pochi mesi” non erodono in maniera sostanziale l’efficacia dello screening sulla storia di malattia individuale e quindi per la ripartenza si dovrebbe tenere conto di logiche di priorità basate su una scientifica disamina delle opzioni. Ad esempio, negli inviti decidere chi chiamare prima (le mai invitate, le persone che nel frattempo sono uscite per età e non sono state invitate) e chi chiamare dopo piuttosto che ripartire precisamente da dove abbiamo interrotto (reinvitare tutte le persone seguendo l’ordine delle agende annullate)

Tenuto conto di queste osservazioni, nella mia realtà, che estende lo screening mammografico con cadenza annuale alle donne di 45-49 anni e per le quali le recenti Linee guida europee non raccomandano l’intervallo annuale, si potrebbe calmierare diversamente questa tipologia di inviti. O ancora, avere il coraggio di proporre il test Hpv ogni 10 anni nelle donne vaccinate significa avere il coraggio di cambiare completamente la nostra organizzazione: ad esempio l’invio al medico di medicina generale di un alert alla scadenza del round potrebbe essere una opzione che riduce fortemente l’impegno del centro screening locale.

Ma come riuscire a comunicare, spiegare e fare accettare le motivazioni di questa modalità? Coerenza, trasparenza e chiarezza sono strumenti fondamentali nel guidare e comunicare le scelte e dobbiamo evitare che il susseguirsi non coordinato e non condiviso di indicazioni faccia deragliare le organizzazioni, mini il rapporto di fidelizzazione con l’utenza e sfiduci gli stessi operatori.

Non solo, non si può negare che alcune scelte fatte negli screening siano state dettate dalla necessità di governo della richiesta, ma nella convinzione che comunque un percorso strutturato avrebbe garantito maggiore sicurezza, efficienza ed equità. La fattibilità e l’accettabilità sono infatti i principi cardine delle nostre organizzazioni.

Ma è necessario comunque operare una riflessione sulle nostre organizzazioni. Ci soffermiamo spesso sui protocolli da adottare, sulla performance dei sanitari, mentre quando si parla di efficienza dei centri screening ci nascondiamo dietro alle risorse che non ci vengono fornite o agli strumenti che mancano. È vero che i servizi territoriali sono i primi ad essere privati di risorse ma è evidente che le nostre organizzazioni, locali, localistiche, parcellizzate nei 3 screening o strumentalizzate da spinte settoriali e specialistiche, non hanno sempre raggiunto i loro obiettivi.

Dovremmo cominciare a ragionare in un’ottica di condivisione delle risorse strumentali (acquisizione di sistemi telefonici adeguati, servizi di postalizzazione, mailing, messaggistica con gare regionali) ma soprattutto delle risorse umane (idee, competenze, esperienze), non solo in momenti dedicati quali site visit, convegni o la richiesta spot del collega della realtà accanto. Non basta più, dal mio punto di vista, dire quale protocollo adottare e quindi lasciare le realtà locali, in nome di una libertà territoriale, organizzarsi a piacimento perché questo modello ha manifestato i propri limiti. Il processo di fusione delle Aziende sanitarie locali, con la conseguente unificazione dei servizi, non ha corrisposto in molte realtà alla compenetrazione dei centri screening in un’ottica di costruzione di una nuova entità più robusta delle singole precedenti (perché la somma delle competenze dovrebbe essere più che additiva). In altre parole, la logica di competizione dovrebbe essere sostituita da una logica di rete e credo sia questo uno dei mattoni sui quali costruire la nostra ripartenza.

Speriamo che questa emergenza ci lasci anche un’eredità positiva: maggiore digitalizzazione e informatizzazione, riacquisita autorevolezze e fiducia nel Servizio sanitario nazionale (sempre che non venga vanificata nella sterile elencazione degli errori e delle dietrologie che seguiranno nei prossimi mesi), e una maggiore consapevolezza negli operatori.